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Originale [p.u.l.s.e. - june], scritto per il cowt11 sotto il prompt "l'abito di piume".
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Jun strizza gli occhi, tenta di aggiustarsi il colletto della camicia candida con gesti nervosi. Sposta una ciocca di capelli dal viso, si inumidisce lento le labbra. Il piccolo specchio che hanno nel bagno della Resistenza gli restituisce una figura che non è la sua – e non gli assomiglia nemmeno. È la sagoma di un ragazzo – no, un uomo, nonostante l’altezza discutibile – con le mani a stringere i lati del lavabo, una forza così esasperata da fargli diventare le nocche bianche, e il viso proteso verso il proprio riflesso, per individuare con esattezza cos’è che non vada in quell’immagine. Ed è pressoché tutto: la sua chioma, che prima era piena e nera, disordinata e indomabile, adesso è di un flebile giallo paglierino, in contrasto con le sopracciglia scure, e il suo prezioso ciuffo è solo un ricordo, sostituito da una sciocca riga in mezzo che lo fa sembrare ancora più fuori luogo di quanto non si senta già.

Il modo in cui è vestito, poi, non aiuta di certo: il colore brillante della giacca che indossa, provvista addirittura di fazzoletto inamidato nel taschino – “perché i dettagli sono importanti”, aveva ribadito Luke, il legittimo proprietario del completo, prima che Jun potesse roteare gli occhi all’insù –, non lo fa certo passare inosservato. Ed è un concetto che non crede di essere pronto a sopportare.

Sono anni che non fa altro che camminare nelle strade meno trafficate dei quartieri di New Prague, anche solo per fare una consegna per suo padre, il cappuccio della felpa ben alto sulla testa e la mascherina nera che gli copre la bocca e le zanne che minacciano di svelarsi alla prima conversazione; anni che si guarda alle spalle ogni volta che apre la porta del grande magazzino in cui ha ormai deciso di vivere, per controllare di non essere seguito; anni che ha dimenticato in che modo pronunciare il proprio nome per presentarsi ad altre persone. Anni che vive nella quiete, nel tentativo di farsi dimenticare dal mondo, di condurre un’esistenza quanto più invisibile possibile – per poi poterla svelare nuovamente appena sarà il momento, nel modo più spettacolare che gli è concesso, quando deciderà di sacrificare il conforto dell’anonimato per tutto ciò che è giusto, per ciò che hanno costruito insieme agli altri Altered. E non è certamente pronto a scambiare questo piano, a cui ha dedicato interamente gli ultimi sei anni, a cui sono legate così tante vite, per una stupida ricognizione.

Eppure è necessaria, si rammenta. Servono informazioni che possono carpire solo spiando i pezzi grossi della Facility, i mezzi che utilizzano, il modo in cui discutono delle novità di Governo, le anteprime sui loro progetti bizzarri che si lasceranno inevitabilmente sfuggire nel momento in cui si trovano nel loro elemento, nello sfarzo e nell’agio, circondati da altri sciacalli così simili a loro – e le hanno già provate tutte, prima di arrivare a questo: hanno osservato i dipendenti della Facility per più di una settimana, nascosti come bestie all’interno di una stanza d’hotel, senza far alcun rumore per paura di essere scoperti; hanno scritto e disegnato piantine strutturali di dozzine di edifici differenti, planimetrie astruse e complesse, controllando vie di fuga, percorsi affidabili che non li portassero ad avere un paio di manette fredde ai polsi, o, peggio, la canna di una pistola puntata direttamente alla tempia; hanno distinto le loro abilità in base all’utilità, gli occhi di Shu-Li iniettati di sangue dalla fatica, le gambe di Enoch piene di lividi, e le spalle di Madeleine troppo muscolose per la sua figura minuta. E poi Imani aveva detto “dobbiamo rischiare”, aveva detto “stando nascosti non riusciremo mai a sapere quel che ci serve”, aveva detto “ho un piano” e tutti si erano fermati ad ascoltarlo.

Si tratta dopotutto di fingersi benestanti, magari figli di qualche funzionario del Governo, importanti ma non abbastanza da essere ricordati, ed intrufolarsi nella serata di gala che ogni mese viene allestita al Palazzo Centrale, con le loro nuove identità, tentando di mescolarsi quanto meglio possibile nell’alta società, per osservare e ascoltare con più facilità. Imani proverà ad hackerare il servizio di registrazione così che possano introdursi senza troppi problemi – a patto che, però, abbiano ottime capacità recitative, e riescano a convincere il personale di essere persone affidabili, persone che si districano bene in quel mondo fatto d’oro e sangue e ringhi nascosti da affabili sorrisi. Essere, insomma, qualcuno che conta, quando in realtà la loro vita ha da sempre avuto lo stesso valore del fango sulla terra sporca.

Quest’inganno, a Jun piace. Fa crepitare un ghigno sulle sue labbra – il pensiero di truffare tutti quei vecchi bavosi che dovrebbero governare la loro città, guadagnare la loro fiducia ed inserirsi nei giusti discorsi, lui, che è solo una bestia.

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“Dovrebbe andare Jun” avevano concordato tutti, pochi giorni fa, mentre mettevano a punto l’ultimo dettaglio delle carte d’identità che avrebbero utilizzato per entrare quella notte – piene, ovviamente, di informazioni farlocche, entrate in loro possesso grazie al meticoloso lavoro di Luke, e che sarebbero scomparse poche ore dopo dai dati della reception, come se non fossero mai esistite. Jun aveva annuito, ma aveva bisogno di qualcun altro che potesse reggergli il gioco, essere il suo alibi. Imani aveva sorriso, serafico, e aveva messo la mano sulla spalla di Jane, che in quel momento era impegnata a disegnare su carta la piantina del Palazzo Centrale, per quanto potesse ricordarla nel corso delle sue pochissime visite. “Lei sa dove cercare, dove guardare, riconosce i collaboratori di suo padre. Sa come mimetizzarsi. È la scelta più sensata”, e per quanto anche Shu-Li fosse pronta ad utilizzare la sua vista particolarmente acuta per essere d’aiuto, era sicuramente poco prudente aggiungere altri componenti a quel duo che poteva benissimo farsi spacciare per una coppia. Jun si era lasciato sfuggire un colpo rauco di tosse, diretto ad Imani e alla sua fantasia troppo audace, mentre Jane aveva alzato gli occhi verso di lui, l’espressione divertita in viso. Era riuscita a strappargli un mezzo sorriso al solo pensiero.

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Jun sa che, razionalmente, mandare loro due è l’opzione più plausibile – hanno chimica, sono senza dubbio in grado di fingere e lasciarsi passare per due amanti che si trovano lì perché hanno ricevuto un invito dal loro stimato padre, che pretende assolutamente che ci siano anche loro a questo party imperdibile, per iniziarli alla vita da borghesi, per mostrare loro ciò che li aspetta nel restante corso della loro vita: denaro e potere. E per il momento essere credibili è quello che più importa – al resto penseranno Imani e la piccola telecamera di cui li ha dotati, provvista anche di registratore vocale. Eppure, adesso, che si osserva vestito a quel modo, gli orecchini rossi ai lobi e il fastidioso color oro della sua giacca, non crede di avere esattamente l’aria di un ricco viziato. Pensa che l’odore di bestia lo seguirà, sempre e comunque.

Un paio di tocchi alla porta lo riportano alla realtà. “Insomma, ti decidi ad uscire?”, sbraita Boris dall’altra parte, che vuole sicuramente vedere se il suo improvvisato lavoro da parrucchiere abbia dato i meritati frutti. Jun sospira.

Abbassa finalmente la maniglia, e appena esce dalla camera cerca di sfoggiare la migliore espressione altezzosa che ha nel repertorio, per rimanere fedele al personaggio che dovrà interpretare da lì a poco. Un coro di versi scomposti lo accoglie, e c’è chi batte le mani divertito, chi tenta rispettosamente di trattenere una risata. Imani mostra i denti bianchissimi in un sorriso ampio. “Non stai così male, Jun” – non sembra stia mentendo, e gli altri annuiscono, ma le espressioni beffarde che si scambiano tra loro li tradiscono. Anche Jun si unisce a quell’aria scherzosa con un sorriso amaro che esprime in silenzio tutto il disagio che prova nell’essersi trasformato in ciò che più odia. Nel nemico che sta tentando di combattere da anni.

Solo temporaneamente, solo per stanotte, è l’unico pensiero che lo consola.

“Non è qualcosa che succede spesso, vedere il nostro serioso leader vestito per andare a bere vino di qualità e assaggiare caviale in una serata di gala, non credete?”. Luke gli molla una pacca amichevole sulla spalla, abbassandosi per aggiustargli il colletto bianco. “Certo, per essere perfetto saresti dovuto essere più alto, ma è una fortuna che questo completo l’abbia comprato quando ero più giovane, altrimenti ci avresti navigato dentro”.

“Le ragazze sono con Jane?”, lo interrompe Jun, sottraendosi al suo tocco come un bambino infastidito. Maddie, che solo adesso Jun riconosce tra le spalle degli altri, bassa com’è, annuisce. “Credo la stiano truccando? Io non sono brava in queste cose e quindi sono rimasta qua.”

Anche Jane ha sicuramente passato lo stesso processo di trasformazione che ha subito Jun: vestiti nuovi e per niente simili a quelli che solitamente indossano per rendere comodi i loro movimenti, capelli acconciati, sottile trucco al viso, lenti a contatto, magari, come quelle che sta indossando adesso e che gli mutano gli occhi da un profondo nero ad un mite color ambra. Le altre ragazze hanno preso l’occasione al volo, come se potessero giocare con Jane allo stesso modo che con una bambola, di nuovo, molti anni dopo aver passato l’età per farlo, e allontanare almeno per un po’ le preoccupazioni e la fatica che pesa sulle spalle di tutti loro giorno dopo giorno.

“Dove diamine l’hai preso quel vestito, Luke?”, schernisce Olu, che non possiede nemmeno un minimo dell’eleganza con cui sembra adornarsi l’altro, che invece gli rivolge un sorriso fiero, cosciente di non aver bisogno del parere di qualcuno che è tutto anfibi e jeans strappati.

“È un regalo dei miei genitori per il mio ventesimo compleanno. L’ho indossato così poche volte che come vedi sembra nuovo.”

“E non potevi, non so, chiedere del fumo come tutti i ventenni normali? Magari ti ci saresti divertito più che col vestito, non credo tu abbia rimorchiato granché con quel coso.”

“Credi che mi servisse del fumo per rimorchiare, Olu?” sussulta Luke, una smorfia fintamente offesa sul volto. Tutti gli altri mormorano un misto di e di versi esasperati, già pronti ai loro soliti battibecchi, “e poi se non l’avessi avuto, ora Jun sarebbe vestito da cameriere anziché da conte o duca.”

“Credo più di somigliare ad un idiota, che ad un conte o ad un duca”, confessa Jun, l’espressione piatta e gli occhi seri, che a quanto pare causano una ilarità generale. Non sa se sia per la veridicità delle sue parole o per chissà cos’altro, ma non ha voglia di indagare oltre.

I ragazzi non fanno altro che sbeffeggiarlo per quell’aspetto così insolito rispetto alla persona che hanno imparato a conoscere e rispettare in tutti quei mesi, ed è un susseguirsi di battute leggere e risate sguaiate finché la piccola Ceci e sua sorella Andrea non aprono cerimoniosamente una delle tante porte che costeggiano i muri di quel grande magazzino. Fanno rumore, Ceci sbatte la maniglia contro la parete, piccoli pezzi di intonaco che cadono a terra, mentre Andrea intona una sorta di inno solenne, che è subito interrotto da quella che Jun riconoscere essere la voce di Jane, da dentro, che urla imbarazzata “Smettetela, vi prego!”. Le ragazze si scambiano risolini divertiti, mentre accompagnano Jane fuori dalla camera, e Pasha la presenta al resto del gruppo con un teatrale “Ta-dah!” che la fa stringere ancora di più nel vestito che indossa.

E per un attimo, tutti smettono di parlare e, semplicemente, trattengono il fiato.

È un abito nero, con un corsetto che le fascia la vita morbidamente ed eleganti ghirigori di pizzo che le si avvolgono con una grazia delicata sul petto per poi continuare sulle braccia fino alle mani, interrompendosi in un piccolo sbuffo di stoffa bianca. Ma quello che salta più all’occhio è la gonna: soffice, le cade armoniosa sulle gambe, fino alle caviglie – ma è fatta di piume. Sono piccole penne nere, impilate una sopra l’altra, e anche alla luce flebile del magazzino splendono di riflessi stupendi, così che sembra che Jane abbia un vestito di un colore diverso ad ogni passo che fa, ad ogni angolo del corpo che espone in maniera differente al bagliore delle grandi lumiere che adorneranno la sala del Palazzo Centrale. Le scarpe che indossa la fanno quasi alta quanto lui, e il biondo lucente dei suoi capelli ha fatto posto ad un irruente color cioccolato, e le ricadono sulle spalle in boccoli delicati, eleganti. Proiettano sul suo viso ombre tenui che la fanno sembrare più adulta di quanto non sia, e Jun sente mancare il fiato. È bella come la notte nelle vie principali della città, pensa Jun: buia e cupa, avvolge i mille neon colorati dei locali cercando di inghiottirli nell’oscurità, senza mai riuscirci. Così, anche Jane ha l’aria inavvicinabile del crepuscolo torvo e la purezza dei colori che le danzano sulla pelle nuda delle gambe, sulle spalle scoperte, sui lineamenti dei suoi zigomi, la linea paffuta delle sue labbra rosse. È diventata l’adulta che tanto ha cercato di allontanare, che Jun ha tentato di fermare. E invece è lì.

Jun corre con lo sguardo a cercare l’innocenza con cui l’ha conosciuta nei suoi occhi truccati in maniera elegante, nel modo in cui stira le labbra tinte in un sorriso timido. Ed è così che la riconosce subito, nonostante vesta panni che non le si addicono, nel momento in cui si guardano. Stupidi ed estranei entrambi, giocano a sembrare qualcun altro, eppure è nell’espressione determinata di Jane che Jun scopre quant’è bello poter credere di non essere, poter creare una sottile illusione in cui loro non sono loro, non sono sbagliati, non hanno un conto alla rovescia che determina le loro vite in un insaziabile scorrere di errori, e tentativi, e passi falsi. Hanno la possibilità di essere due gusci, per poche ore – fantasmi di una vita che è troppo aliena per loro, ma che si ostinano a rincorrere, insulsamente, in quelle notti in cui fanno finta di essere normali, a ballare. Jun si chiede se balleranno insieme anche stanotte, in una sala dorata così diversa, che non appartiene a questo posto polveroso dove hanno deciso di mettere le tende.

La trova incantevole.

Sono le mani di Imani, che battono, a distoglierlo da pensieri sciocchi che, in un attimo, si pente di aver fatto. Stringe le labbra in una linea sottile, voltandosi verso l’amico.

“Bene! Direi che è esattamente il travestimento che cercavamo. Sembrate due persone completamente diverse – immagino che nemmeno il padre di Jane saprebbe riconoscerla.”

A quelle parole Jane sembra riprendere il coraggio che era stato nascosto da quella trasformazione così improvvisa. In un attimo gli è accanto, e sorride raggiante. Jun fa fatica a trattenere uno sbuffo affettuoso davanti a quella donna così fragile eppure così risoluta, pronta a fare a pezzi il mondo col suo buon cuore, e nient’altro. “Sembri una diva”, le sussurra all’orecchio mentre stanno mettendo a punto l’essenziale per trascorrere una tranquilla serata a spiare il loro nemico più temuto.

“E tu sembri uno scemo”, gli risponde lei, portando indietro un ciuffo di capelli col solo movimento della testa. Jane lo guarda con gli occhi di chi si sente forte, di chi ha speranza. E Jun ne ha paura. Ha paura che quello sguardo sia lo stesso che lui le sta restituendo, in silenzio. Uno sguardo che solo lei è in grado di generare sul suo viso da bestia.

È appena lei si allontana velocemente, correndo a prendere chissà cosa che ha dimenticato chissà dove, che il vestito che indossa, un po’ troppo lungo sul retro, si muove appena, accompagnando il movimento svelto delle sue gambe e alzandosi nella foga.

Così, Jun crede di vederle delle ali, che nascono d’improvviso spontanee ed è una visione assurda, lo sa, è solo l’illusione di tutte quelle piume e della sua fantasia che galoppa veramente troppo in questi periodi – eppure quelle ali, anche se per un solo attimo, nere come la pece, le donano. Jane sa spiccare il volo.

Jun ha paura che lo faccia.

“Hei, gentiluomo,” lo richiama una voce alle sue spalle. Jun si gira di scatto, le spalle tese e lo sguardo affilato – come se avesse paura di averli esternati, quei pensieri, mentre era immerso nella sua quotidiana macchinazione sul rapporto che lega lui e Jane, aver dato voce a ciò che lo tormenta da tempo. Invece, dal viso sorridente di Luke, sembrerebbe che anche stavolta l’abbia scampata. Non dice niente, spera solo di avere un’espressione interrogativa che sia sufficiente a far dimenticare all’amico la reazione che ha appena avuto.

E sembra funzionare. Luke gli si avvicina semplicemente, tirando fuori da dietro la schiena una piccola piuma nera dai riflessi colorati, e appuntandogliela meticolosamente all’occhiello. Jun è confuso.

“I dettagli sono importanti, no?”, gli dice, e poi sparisce.

Jun si chiede se anche sulla sua schiena Jane abbia visto delle ali, la libertà che non gli è mai stata permessa.

Se anche lui, un giorno o l’altro, sarà in grado di volare.

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