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Originale [montwins], scritta per il cowt11 sotto il prompt "luogo: scuola durante le vacanze".
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“Va bene, allora adesso aspettami qua.”

Yoshio lo dice con voce ferma, mentre sta armeggiando con la pesante catena, attorcigliandola intorno alla ruota della bici in modo che non possano rubarla. Le mani di suo fratello si muovono svelte e anche un po’ nervose, e Yukio se ne accorge perché Yoshio non riesce ad agganciare la chiusura né la prima, né la seconda, né la terza volta, per poi riuscirci alla quarta, dopo aver sbuffato rumorosamente.

“Che? Te lo scordi! Perché mi hai chiesto di venire, allora?”

“Non ti ho chiesto di venire, infatti. Mi sei venuto dietro come fai sempre.”

Yukio rotea gli occhi al cielo. Non sa perché suo fratello debba sempre fare così – fare finta che la sua presenza lo infastidisca, quando invece è il primo a cercare la sua compagnia se deve andare a mangiare una ciotola piena di ramen alla piccola bancarella a due passi da casa, o se ha bisogno di andare in biblioteca a recuperare un paio di libri. Eppure spesso lo tratta come se non fosse così, come se l’esistenza stessa del suo gemello non sia la cosa migliore che gli sia potuta capitare in vita sua – e Yukio sa che lo è, non c’è posto per l’umiltà in casa Umon. Per fortuna Yukio lo conosce meglio di quanto Yoshio conosca sé stesso e quindi fa sempre in modo di prendere bici e zaino e seguirlo dovunque abbia intenzione di andare, incurante dello sguardo affilato che ogni tanto Yoshio gli rivolge.

Come quello di adesso.

“Entro con te, così saluto anch’io il senpai Mio.”

Non che abbia chissà quanta voglia, Yukio, di vedere Mio Furihata. Non ha particolare simpatia per il miglior nuotatore della loro scuola, nonostante si siano visti sì e no un paio di volte tra i corridoi. Ma Yukio conosce abbastanza per sapere che non gli piace – e niente ha a che fare col fatto che sia più grande di un paio di anni e possa permettersi di prendere i panini più buoni in caffetteria, e soprattutto niente ha a che fare col fatto che suo fratello Yoshio abbia una palese cotta per lui: una di quelle serie, che gli fa aspettare l’intervallo solo per poter trovare una scusa e salire al piano delle classi di terzo nella vana speranza di incontrarlo mentre esce dal bagno; o che, ad esempio, lo fa venire a scuola, nel bel mezzo delle vacanze estive quando tutto è ancora chiuso e il caldo sarebbe in grado di sciogliere anche le pietre, solo per poter restituire un taccuino che il senpai Mio gli ha prestato. Come se non potessero vedersi da tutt’altra parte – magari in una gelateria, così potrebbero anche regalarsi un paio di coni gratis. Ma il senpai Mio è strano, veramente strano e vuole probabilmente approfittare dell’incontro per utilizzare la piscina scolastica, e Yoshio non ha mai la forza di contraddirlo.

E quindi adesso Yukio è costretto a vedere Yoshio che si sta già asciugando con il dorso del polso la fronte sudata, guardandosi attorno alla ricerca del senpai. Ma non appena sente le parole di Yukio, Yoshio s’infervora di nuovo e gli punta il dito contro fino a toccargli il petto.

“No! Tu al senpai Furihata non hai davvero niente da dire!”

Yukio aggrotta la fronte. “E cosa vuoi che faccia? Che ti aspetti qua, sotto il sole cocente?”

Yoshio sembra pensarci per un attimo, vagliando tutte le opzioni possibili che non comprendano l’imminente colpo di calore per suo fratello.

“…d’accordo, puoi entrare, ma dal senpai ci vado da solo.”

Per la seconda volta quella mattina, Yukio alza gli occhi al cielo, e anziché rispondergli si avvia verso l’ingresso sperando di trovare un minimo di frescura all’interno dell’edificio.

Non sa esattamente cos’è questo disagio che ha cominciato a montargli dentro durante la colazione, quando Yoshio gli ha detto che sarebbe andato a scuola perché doveva incontrarsi col senpai Mio – è una sensazione che lo mette in allerta più del solito, gli fa osservare il suo gemello con un’attenzione che solitamente non ha, per cogliere dettagli di cui non sa proprio che farsene, ma che balzano ugualmente ai suoi occhi con un fastidio lampante.

È fastidioso, infatti, sapere che Yoshio ha indosso i migliori jeans che possiede, con gli strappi all’altezza delle ginocchia, e una camicia con una elegante fantasia floreale appena aperta sul petto – e che stia così dannatamente bene in questo abbigliamento fintamente casual, che invece ha passato ore e ore a scegliere il pomeriggio prima, piroettando davanti allo specchio del bagno. È fastidioso sapere anche che abbia rubato un po’ del profumo di papà, quello dalla boccetta costosa che viene utilizzata solo per le occasioni speciali, e che quindi ora Yoshio sappia di un misto fruttato ma mascolino che cozza un sacco con la sua aria timida e nervosa, le mani strette attorno al taccuino e lo sguardo irrequieto a guardare per i corridoi in cerca della chioma nera del senpai.

Ma quello che lo infastidisce di più è che da qualche giorno Yoshio ha i capelli biondi, biondissimi, quasi color platino, anziché i soliti ciuffi castani che condividono geneticamente, ed è il frutto di una notte passata tra tinte e polveri decoloranti – questo semplicemente perché i pettegolezzi che ha sentito dalle ragazze della classe promuovono il senpai Mio come amante dei capelli biondi. E Yukio trova che sia ridicolo, che Yoshio abbia addirittura colorato la sua zazzera ordinata per questo – come se non sapessero tutti che il senpai Mio non ama i capelli biondi in generale, ma i capelli biondi del senpai Hachirou, l’unico per il quale abbia occhi e orecchie. Yukio non sa davvero quali chance Yoshio possa sperare di avere, a confronto dell’amicizia millenaria che c’è tra il senpai Mio e il senpai Hachirou. Sa solo che il suo gemello sembra uno stupido, ad andare dietro ad un senpai per il quale, a modesto parere di Yukio, non ne vale nemmeno la pena. Non è neanche poi così bravo a nuotare, mentre Yukio, invece, a ballare se la cava decisamente di più. Ma suo fratello non apprezza il vero talento, apparentemente.

I loro passi rimbombano in maniera inusuale nella scuola completamente vuota, e le scale deserte sono quasi inquietanti viste così, senza nessun nugolo di studenti a spingersi e sgomitare per arrivare in cortile, senza grida e schiamazzi e i giocatori del club di pallavolo che si passano la palla in corridoio. Yukio non è nemmeno sicuro che ci sia davvero qualcun altro a parte loro due. Rivolge uno sguardo interrogatorio al suo gemello, trovandolo a torturarsi le mani con il labbro inferiore stretto tra i denti – una vista completamente diversa rispetto all’autoritario Yoshio cui è abituato, quello che solitamente gli lancia uno sguardo di disappunto da sopra le lenti degli occhiali. Adesso sembra così fragile e vulnerabile, solo per il senpai.

E per un attimo Yukio sente avvamparsi di rabbia.

“Allora? Quando ti ha detto che sarebbe venuto?”

Yoshio non lo guarda nemmeno, troppo impegnato ad alzare il viso per vedere fino in fondo al corridoio del terzo piano.

“…mi ha detto che sarebbe stato in 3-C. Io vado, ma tu rimani qua.”

E Yukio ha tutta la voglia di ribattere e dire che assolutamente no, non lo lascerà di certo andare dal senpai Mio senza di lui, perché non ha proprio voglia che si scambino un abbraccio per salutarsi o che si sfiorino le dita mentre Yoshio gli restituisce il taccuino, o ancora che Yoshio guardi il senpai con quegli occhi adoranti così come fa sempre durate le gare di nuoto, che scoppi in quella risata che solo il senpai sa tirargli fuori – e Yukio ci ha provato tantissime volte, mille scherzi e mille battute, ma quell’espressione di felicità perfetta non è mai rivolta verso di lui. Yoshio guarda sempre altrove, cerca dove non dovrebbe anziché accorgersi che Yukio è proprio lì, lo è stato da anni e lo sarà probabilmente finché Yoshio non si stancherà di vedere quel volto così simile al suo accanto a lui, allo specchio.

A volte Yukio se lo chiede – se Yoshio riesca a vederlo, attraverso tutte le scuse che accampa per accompagnarlo e non lasciarlo mai da solo, attraverso tutte le volte che paga per la ramune al suo gusto preferito nel mercatino del quartiere. Attraverso i complimenti che Yukio gli ha fatto per quel biondo appena nuovo, nonostante gli si stringesse il cuore a quella vista ogni minuto di più, perché in quel momento anche quel particolare futile che li ha resi simili sin dalla nascita era scomparso. L’ennesimo.

Chissà se riesce a vederlo – quell’amore silenzioso che gli scappa dalle mani ad ogni movimento e che non riesce a nascondere, non importa quante volte tenti di farlo.

Forse no. Forse non lo vede affatto, e forse è meglio così.

Perché, alla fine, il senpai Mio nuota veramente bene, e Yukio non vuole altro che vedere quel sorriso sulla bocca di Yoshio, anche se non è lui a farlo sbocciare come invece desidera disperatamente. Gli basta che sia lì.

Incrocia le braccia, allora, e si appoggia con la schiena alla parete, guardando fuori dalla grande finestra che da sul campo di calcio.

“Vai, svelto. Ti aspetto qui.”

Come sempre.

E per un attimo lo coglie, il guizzo delle labbra di Yoshio che scattano verso l’alto, in una sorta di ghigno soffice, dedicato solo a lui. E poi lo vede semplicemente balzare in direzione della 3-C, alzando una mano verso di lui in un gesto che gli indica di stare fermo dov’è – come se Yukio potesse mai andarsene senza quella massa di ciuffi biondi.

“Faccio subito, Yu-chan!”

Yukio non sa davvero da dove l’abbia preso, quel nomignolo che non usano più da anni, ma in un certo qual modo, nel caldo asfissiante della scuola deserta, lo fa sorridere come uno scemo.

E gli va quasi bene così.

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