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Le urla sono così forti che gli risuonano nella testa nonostante gli auricolari, milioni di piccole luci che quasi lo accecano mentre ondeggiano ritmicamente. Namjoon ha il microfono puntato verso la folla che riempie lo stadio, e gli altri membri seguono il suo gesto, smettendo di cantare e lasciando che siano i fan a farlo, una melodia sconnessa ma potente che sembra faccia quasi tremare il palco – è questa la loro forza, lo sa bene, questo il motivo per il quale vivono: per i cori con i loro nomi gridati a squarciagola, per gli striscioni con su parole di conforto, per le mani alzate e i piedi che non toccano il pavimento, per i sorrisi e le lacrime che scorgono tra le prime file, per l’onda viola che li travolge alla fine di ogni concerto. Ed è una magia che non è equiparabile a nient’altro che Namjoon abbia mai conosciuto in vita sua, e non importa quante volte l’abbia visto e quante volte ancora continuerà a vederlo, perché quello spettacolo lo lascia senza fiato, sempre.
E pensa che ne valga la pena, aver sofferto così brutalmente per tutti questi anni – aver visto Taehyung raggomitolarsi in un angolo del bagno, il suo intero corpo scosso dai singhiozzi, Jungkook accanto a lui con gli occhi così assurdamente grandi e le lacrime che gli scorrono sulle guance senza vergogna; aver osservato Jimin rifiutare ogni pasto con un’ostinazione malsana, gli occhi stanchi e incapace di mettersi in piedi senza traballare almeno un po’; aver dovuto recuperare Yoongi dallo studio in cui si era barricato senza bere, dormire o mangiare, avvolto in una matassa di panico e pensieri che non avrebbe confessato mai a nessuno e che lo avrebbero divorato dall’interno lentamente; aver dovuto ascoltare la voce di Seokjin cantare ogni sera, troppo roca e greve dalle impossibili sessioni di allenamento per paura di non essere mai abbastanza e non poterli mai raggiungere, o aver scovato Hoseok ancora intento a massacrarsi in sala prove, i piedi sempre più veloci, le braccia colme di lividi, il sudore che gli si accumula sulle ciglia e non gli permette di vedere i suoi sbagli allo specchio.
Pensa che valga la pena, averli ascoltati insultarsi e litigare, le loro voci piene di veleno, e averli visti abbracciarsi nei giorni seguenti, le facce contratte in smorfie colpevoli perché abbiamo solo noi altri hyung, dobbiamo stare vicini, se siamo insieme funzionerà, hai ragione Joon-a, non facciamo gli stupidi. E che idea stupida sarebbe stato sciogliersi, lo realizza adesso con una chiarezza dirompente, mentre all’epoca gli era sembrata un’idea così semplice, che li avrebbe tolti definitivamente da quel sogno che aveva cominciato ad assomigliare pericolosamente ad un incubo, uno di quelli che sembrano non avere mai fine, da cui non riesci a svegliarti.
Ma adesso sa, Namjoon avrebbe perso la presenza di sei altri fratelli, e si chiede spesso come sarebbe stata la sua vita senza la risata squillante di Hoseok nei momenti in cui avrebbe voluto solo urlare, o senza le mani di Yoongi sapientemente poggiate sulle sue spalle il giorno prima di una nuova release, i pasti caldi di Seokjin ogni sera come un balsamo profumato dopo gli allenamenti, il sorriso adorante di Jungkook ad ogni intervista, le braccia di Taehyung che lo cercano e lo accolgono senza chiedere, i sospiri di Jimin che lo ancorano alla realtà nelle notti in cui tutto diventa scuro.
E avrebbero perso momenti come questo, per sempre, in cui se chiudono gli occhi si deliziano dell’amore che li invade, ed ha una forma strana: quella di milioni di persone che cantano, forever ever ever we are young, e loro lo sentono sotto la pelle, nelle ossa, è la felicità che tanto hanno rincorso e che hanno maledetto, che hanno bramato come nient’altro nelle loro piccole mani da ragazzini, e che adesso fa fiorire sorrisi delicati sulle loro labbra secche e screpolate.
Namjoon guarda gli altri, ammira il modo in cui osservano grati lo stadio, mille stelle che ballano nei loro occhi umidi, ed è una galassia in cui continuerebbe a perdersi, non importano le circostanze, non importano le ferite. Averli accanto adesso è come respirare – lo tiene vivo.
Che peccato sarebbe stato, non essere Bangtan.